Capitolo II – la prima grande aquila

La prima grande Aquila

Una valle brulla si estendeva sotto il cielo infuocato del tramonto, dipinta di arancione e porpora. Le ombre delle montagne lontane delle terre di Alis, si allungavano come artigli sulla terra screpolata di Archeren, mentre un vento secco portava con sé l'odore della polvere e del muschio. Su un masso vicino a un ruscello pigro, due orchi sedevano, le loro figure massicce stagliate contro il bagliore del sole calante. I muscoli nodosi delle braccia e i denti appuntiti catturavano la luce morente, rendendoli quasi statue di pietra antica. Uno di loro, Grumgar, stava affilando una scure con uno strano utensile a forma di becco di rapace, il suono metallico che rompeva il silenzio del crepuscolo. L'altro, Throgg, aveva una zanna scheggiata e un'armatura di cuoio malandata, e guardava pigramente il cielo, grattandosi il mento squamoso:
"tramonto bello, eh?" -borbottò Throgg, sporgendosi indietro e lasciando che la luce dorata gli illuminasse il volto butterato- "Quasi quasi mi fa venire voglia di... boh, non spaccare teste oggi."
Grumgar ridacchiò, un suono basso e cavernoso: "Sei diventato un poeta, Throgg? Forse la prossima volta ti porto una pergamena e uno di quei bastoncini per scrivere degli umani." Throgg sbuffò, lanciandogli un sasso che Grumgar schivò con un gesto pigro.
"pensa che vuoi, ma guarda qua! Che colore ha il cielo? Non lo vedi spesso così."
"Rosso."- Rispose Grumgar, scrollando le spalle- "Rosso come il sangue. Come sempre." Tornò a concentrarsi sulla lama della sua scure."Ma con che cosa stai affilando la scure Grumgar?" - chiese Throgg - "con questo coso. L'ho trovato all'interno del monastero che abbiamo razziato la volta scorsa. Sembra indistruttibile. Non si scalfisce minimamente È adatto per graffiare, sventrare e… affilare. Non potevo desiderare di meglio per affilare la mia scure." Throgg grugnì, ma un sorriso storto gli si formò sul volto. "Sai, a volte penso che sei troppo serio, Grumgar. La vita non è solo guerra e bottini. C'è... uh... anche il mangiare e il dormire, no? E guardare il tramonto."
"Se vuoi campare a lungo, Throgg, pensa meno ai tramonti e di più a come non farti ammazzare."
"Parla quello che ha preso una freccia nella spalla la scorsa settimana," ribatté Throgg con una risata roca
"E io ti ho dovuto portare via di peso!"
"Argh.quei maledetti elfi hanno avuto ciò che si meritavano. Dopo averci scacciato dalle nostre terre, dopo essersi impossessati dei nostri tesori, pretendono pure obbedienza" Per un attimo, solo il vento parlò, piegando i fili d'erba rinsecchiti e increspando l'acqua del ruscello. Poi Grumgar si fermò e guardò il cielo, per un istante permettendo al calore del tramonto di sciogliere la sua solita espressione cupa.
"Forse hai ragione," - ammise, a denti stretti- "Ma non aspettarti che lo ripeta." Throgg rise di gusto e si sdraiò su un rudere, soddisfatto.
"Vedi, Grumgar, non tutto è battaglia. C'è spazio anche per un po 'di cervello," disse toccandosi lo stomaco.
Grumgar tornò alla sua scure, scuotendo la testa - "Parla quello che ha quasi mangiato un fungo velenoso ieri."
"Era blu! Sembrava buono!"
I loro borbottii e risate si mischiarono al canto lontano di un corvo, mentre il sole scivolava dietro l'orizzonte, lasciando la valle avvolta in un crepuscolo indaco. La luce del crepuscolo stava svanendo, sostituita da un'ombra viola che si allungava sulla valle. Grumgar alzò lo sguardo verso il cielo ormai stellato, poi si rimise la scure sulle spalle. Throgg si stiracchiò rumorosamente, sbadigliando come un grosso predatore sazio. "Che dici, Grumgar? Qui fa freddo, e il ruscello non offre nemmeno una birra decente. C'è una taverna nel villaggio qui vicino, no?"
Grumgar aggrottò le sopracciglia, guardando l'orizzonte:
"non sono sicuro che sia una buona idea. L'ultima volta che siamo entrati in una taverna, sei finito sotto il tavolo con un boccale ancora in mano."
Throgg rise di gusto, mostrando le zanne scheggiate:
Ah, bei ricordi! Ma dai, è un'occasione per sgranchirci le gambe e magari... guadagnare qualche moneta, se troviamo qualcuno abbastanza stupido da giocare a dadi con noi." Grumgar sospirò e fece un cenno con la testa.: "Va bene, ma niente casini. L'ultima cosa di cui abbiamo bisogno è un gruppo di contadini pronti a correrci dietro armati di forconi
Throgg alzò una mano, come per giurare.: "promesso! Stavolta ci comportiamo bene... o quasi."
I due orchi si incamminarono lungo un sentiero polveroso, il suono dei loro passi pesanti che rompeva il silenzio della notte. Il vento portava con sé l'odore del legno bruciato e del pane appena sfornato, segno che il villaggio non era lontano. Mentre camminavano, Throgg iniziò a cantare a squarciagola una vecchia ballata orchesca: "Grandi zanne e scure affilate, il nemico urla e poi cade" Grumgar gli diede una spinta sulla spalla, sbuffando: "se continui a fare tutto questo rumore, ci sentiranno a un miglio di distanza."
"E allora? Forse offrono un boccale gratis a chi arriva cantando,"- ribatté Throgg con un sorriso sghembo.
Finalmente, le luci tremolanti del villaggio apparvero in lontananza. Una lanterna rossa appesa fuori da un edificio di legno massiccio indicava la taverna. Dal suo interno provenivano risate, canti e il clangore di boccali che si scontravano: "Questo sembra il posto giusto"- mormorò Throgg, strofinandosi le mani con entusiasmo.
"Birra, cibo caldo, e forse anche qualche rissa. Una serata perfetta." Grumgar lo guardò di traverso, con un mezzo sorriso che tradiva un pizzico di complicità.
"Beh"- disse- "non faremo certo scena muta. Ma ricordati: niente casini grossi. Almeno non subito."
I due orchi spinsero la porta della taverna, e ogni rumore sembrò fermarsi per un attimo. Tutti gli occhi si girarono verso di loro, fissi sulle loro sagome imponenti e sugli occhi scintillanti nel chiarore delle candele.
"Ehi, guardate chi è arrivato" - mormorò un contadino a un compagno - "speriamo che non cerchino guai." Throgg fece un largo sorriso, mostrando tutte le zanne, e si avvicinò al bancone e disse: "un boccale di birra per me e uno per il mio amico qui. E tranquilli, stasera siamo solo qui per bere e giocare." Grumgar scosse la testa, sistemandosi su uno sgabello che scricchiolò sotto il suo peso: solo bere e giocare, eh? Vediamo quanto dura."
Le chiacchiere ripresero gradualmente nella taverna, mentre i due orchi si immergevano nell'atmosfera. La notte era appena iniziata, e chissà quali storie sarebbero nate in quel luogo illuminato dal fuoco. La taverna era ormai un mare di risate e rumori scomposti. Grumgar e Throgg erano al bancone, con davanti boccali colmi di birra scura che sapeva di fumo e legno. Tra una battuta e l'altra, un terzo orco fece il suo ingresso nella taverna. Era imponente anche per gli standard orcheschi: una cicatrice gli attraversava il volto, e portava un'armatura composta di placche di metallo grezzo, come se fosse appena tornato da una battaglia. I suoi occhi giallastri si posarono su Grumgar e, più precisamente, su qualcosa che portava legato alla cintura: un becco d'aquila massiccio, magari d'oro scuro con intarsi di ossidiana, probabilmente un trofeo di qualche impresa passata. "Ehi, Grumgar," - grugnì lo sconosciuto, avanzando tra i tavoli con passi pesanti - "Quel becco d'aquila... da dove viene?"
Grumgar alzò un sopracciglio, continuando a sorseggiare la birra: "è un ricordo di un'aquila gigante che ho cacciato nelle montagne del Nord." - disse l'orco pavoneggiandosi. L'orco si avvicinò ancora, ignorando i mugugni di chi doveva spostarsi per farlo passare.
"Da quando le aquile hanno un becco di metallo? Comunque è un bel trofeo. Meriterebbe una cintura migliore... magari la mia. Che ne dici di darmi quel becco? Non gratis, ovviamente. Ti sfido. A dadi."
Throgg alzò gli occhi al cielo, già pregustando i guai. "Ah, qui iniziamo..." borbottò tra sé, mandando giù un altro sorso di birra.
Grumgar appoggiò il boccale con calma e si voltò verso l'orco: "Vuoi giocare per il mio becco? Bene. Ma se vinco io, tu mi dai tutto l'oro che hai addosso."
L'orco sorrise, mostrando denti storti e anneriti.
"Affare fatto. Spero tu sappia perdere con dignità, amico." Grumgar tirò fuori un paio di dadi apparentemente normali e li fece rotolare sul tavolo. La folla iniziò a radunarsi intorno, annusando la possibilità di vedere qualcosa di interessante. Throgg, che conosceva bene il compagno, si limitò a scuotere la testa e a sorridere tra sé. Grumgar aveva una mano leggera quando si trattava di dadi... e un piccolo trucco nascosto: i suoi dadi erano truccati, con un peso interno che li faceva cadere sui numeri alti. La partita fu veloce. L'altro orco lanciò i suoi dadi per primo e ottenne un punteggio decente, ma Grumgar, con la sua solita calma, tirò i suoi e ottenne un risultato nettamente superiore.
"Vittoria mia," - dichiarò, raccogliendo i dadi con nonchalance - "Ora, l'oro." Il terzo orco, però, non era un ingenuo. Prese uno dei dadi di Grumgar e lo fece rotolare sul tavolo più volte. Dopo qualche lancio si accorse del trucco: il dado cadeva sempre sugli stessi numeri alti:
"tu, sporco imbroglione!" Ruggì lanciando il dado contro Grumgar con forza. In un attimo, la tensione esplose. L'orco si lanciò su Grumgar, tentando di strappargli il becco d'aquila dalla cintura. Grumgar, abituato ai combattimenti, si spostò di lato e con un pugno lo mandò a sbattere contro un tavolo. La folla di avventori si scostò rapidamente, lasciando spazio alla rissa.
"Non dovevi toccare il becco," ringhiò Grumgar, sfoderando la scure dalla schiena. L'altro orco, furente, afferrò una gamba di un tavolo spezzato e si preparò a colpire. Throgg, intanto, si mise in mezzo con il suo solito sorriso sghembo: "ragazzi, non c'è bisogno di distruggere la taverna per così poco! Soprattutto perché voglio finire la mia birra in pace." Ma quando l'orco più grosso gli lanciò un barile vuoto addosso, anche Throgg decise che la diplomazia non era più un'opzione.
"Va bene, va bene! A chi tocca, se lo prenda!" ruggì, scagliandosi nella mischia con un colpo ben assestato. Le sedie volarono, i tavoli si rovesciarono, e i clienti umani si rifugiarono negli angoli, temendo di essere coinvolti. Grumgar, con la sua scure, parò un colpo del nemico e con una testata lo fece arretrare. Throgg, nel frattempo, aveva afferrato un altro avventore che si era unito alla confusione e lo stava usando come scudo improvvisato. La rissa terminò quando il proprietario della taverna, un nano con un'ascia enorme, salì sul bancone e urlò:
"Basta! Un altro colpo e vi taglio in due, orchi!"
I tre contendenti si fermarono, ansimanti e contusi. Grumgar, con un sorriso soddisfatto, indicò il terzo orco:
"Sei stato bravo, ma ricordati: mai sfidare Grumgar a dadi. Ora, pagami la birra, e dammi il tuo oro. Non abbiamo mica specificato che tipi di dadi si dovessero usare per la sfida. Se fossi stato un po' più sveglio, anche tu avresti potuto usare dadi speciali harg harg harg"
L'orco borbottò qualcosa di incomprensibile, tirò fuori alcune monete e si allontanò, ancora ringhiando. Throgg si risistemò il mantello strappato e tornò al bancone. "Grumgar, amico mio, ti voglio bene, ma la prossima volta lascialo vincere. La birra non vale un'altra rissa." Grumgar ridacchiò, rimettendo il becco d'aquila al suo posto
"Tranquillo, Throgg. La prossima volta sarà ancora più divertente."
La taverna era ancora un caos di tavoli rovesciati e boccali vuoti quando Grumgar notò qualcosa che gli fece alzare un sopracciglio. Appesa sopra il camino annerito dal fumo, c'era una spada con un elsa intarsiata, scolpita con l'immagine di un'aquila ad ali spiegate a testa in giù. Ma mancava qualcosa: il becco dell'aquila era assente, lasciando uno spazio vuoto e curioso. "Guarda lì, Throgg,"- mormorò Grumgar, indicando la spada.Throgg, che si stava riprendendo dalla rissa con un boccale di birra, sollevò lo sguardo.
"Uh? Un'aquila senza becco? Che tristezza." Poi si fermò, e notando la somiglianza con il trofeo del compagno e disse: "Aspetta un attimo, quel becco..." Grumgar si alzò, incuriosito, e con passi pesanti si avvicinò al camino. Tolse il becco d'aquila dalla cintura e lo osservò per un attimo. Sembrava essere fatto dello stesso strano metallo che formava l'elsa dell'arma, e l'intaglio sembrava corrispondere perfettamente. "Non può essere una coincidenza"- borbottò, infilandolo con decisione nello spazio vuoto. Appena il becco toccò il manico, accadde qualcosa di straordinario. Un bagliore dorato si diffuse lungo i contorni dell'aquila, illuminando la taverna con una luce calda e pulsante. Le ali dell'aquila sembrarono quasi muoversi, come se stessero prendendo vita, le rune antiche si accesero lungo i bordi di tutta l'arma, scintillando per pochi istanti prima di spegnersi. Un silenzio improvviso calò sulla taverna. Tutti gli occhi erano fissi su Grumgar e sulla spada che ora brillava debolmente, come se contenesse un potere antico.
"Beh! Questo è nuovo," - commentò Throgg, avvicinandosi al compagno con un'espressione perplessa. Il proprietario della taverna, il nano dalla barba intrecciata, che dopo aver sbraitato con la sua ascia in mano, si era messo a pulire distrattamente un boccale, rimase pietrificato. Poi, con un'espressione stranamente indecifrabile, si avvicinò. - "Non pensavo che qualcuno ci sarebbe riuscito," mormorò, guardando Grumgar e la sua arma.
"Quando trovai questa spada, dentro il monastero distrutto, era già senza becco. Lo cercai come un dannato ma non lo trovai. E ora, beh! Suppongo che questa ora appartenga a voi." Grumgar lo guardò sospettoso esclamando: "Perché ce la dai? Che cos'è questa cosa?"
Il nano scosse la testa, alzando le mani come per evitare ulteriori domande."Non sta a me dirlo. Ma vi consiglio di portarla via e di stare attenti. Potreste aver attirato l'attenzione di persone che non è saggio provocare."
Senza aggiungere altro, si voltò, afferrò il mantello da dietro il bancone e uscì dalla taverna con passo svelto, gettando occhiate furtive in ogni direzione. Grumgar e Throgg si scambiarono uno sguardo perplesso.
"Che diavolo significa tutto questo?" - chiese Throgg, dando un'occhiata più da vicino alla spada: - "sembra una normale spada, ma è bellissima e poi, a parte, sai, la luce magica e tutto il resto."
Grumgar scrollò le spalle, prendendo la spada con entrambe le mani. Era più leggera di quanto sembrasse, ma al tocco emanava una strana vibrazione, come se fosse viva.
"Non lo so - ammise.- Ma se questa cosa era nascosta qui, e qualcuno non voleva che fosse trovata, forse vale la pena tenerla d'occhio."
"Sì, o forse ci stiamo solo cacciando in un altro pasticcio," - ribatté Throgg, ridacchiando - "Comunque, è un ottimo trofeo. Chissà! Potrebbe anche portarci fortuna... o almeno più birra. Perchè non ce la rivendiamo? Potremmo farci un bel gruzzoletto"
"Pensa ai fatti tuoi tu" - replicò Grumgar rimarcando - "le cose mie non si toccano. Venditi le tue"
"Ma non avevamo fatto il patto?" - chiese Throgg - "Quello che è tuo è anche mio, e quello che è mio è tuo, ma a me sembra che quello che è mio è tuo, e che quello che è tuo e tuo e basta. Quando mai hai condiviso qualcosa di serio con me? Perfino per farmi offrire da bere sembra essere un'impresa, taccagno di un orco"
"E va bene, va bene. Non arrabbiarti" - rispose Grumgar- "Pensiamo a tornare a casa, che si è fatto tardi"
Senza preoccuparsi troppo del mistero per il momento, i due orchi lasciarono la taverna con la spada d'aquila sottobraccio. Ma Grumgar non poté fare a meno di notare un'ombra tra i vicoli del villaggio: qualcuno li stava seguendo, nascosto nell'oscurità.